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Ma bastano le “Reti di indignazione e speranza”?

Ma bastano le “Reti di indignazione e speranza”?

Ma bastano le “Reti di indignazione e speranza”?

Utile ma non indispensabile. L’ultima fatica di Manuel Castells appare diversa dagli importanti testi precedenti. Per stessa ammissione del sociologo non solo è meno ampio dei tomi a cui ci aveva abituato, ricchi di elaborazioni teoriche, sistematizzazioni di lavori e ricerche altrui, ampie e documentate ricerche esemplificative. Questo testo parte invece da una serie di conferenze accademiche, e si vede. Offre un’utile panoramica dei movimenti sociali degli ultimi anni: dalle “primavere arabe” agli Stati Uniti passando per l’Islanda ed il movimento spagnolo. In ogni caso cercando un rapporto tra azione collettiva, comunicazione e l’uso di social media e dispositivi mobili. Cercando il rapporto tra nascita dei movimenti e le emozioni che li scatenano e motivano: appunto l’indignazione e la speranza.

Appare come uno sguardo attento e metodico, un misto di ricostruzione giornalistica e “storia del presente”. Ma è uno sguardo oscillante, insieme troppo lontano e troppo vicino. Troppi i fenomeni indagati, contesti molto diversi, analizzati con una conoscenza che non può essere che distante, indiretta. Soprattutto per i casi egiziani e tunisini. Con il pregio di fornire chiavi di lettura unificanti, connessioni tra i fenomeni, somiglianze, opportunità comuni. Con il difetto, ovvio, di forzare tali interpretazioni oppure di tralasciare troppe differenze.

E’ un libro appassionato, partecipe, ottimista. E’ il pregio di fornire speranza, di mostrare le possibilità e le innovazioni portate. Di fornire un quadro sistematico della scelta (e della difficoltà) di farsi movimento orizzontale, senza leader né strategie. E’ il difetto di sottostimarne le crisi e le incongruenze, i problemi e la complessità. Di osservare più da vicino fenomeni informali, leadership occulte, crisi, conflitti. More about Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell'era di internetSpesso, ed è il caso dell’organizzazione delle assemblee e delle occupazioni di Occupy, si accontenta delle istruzioni ufficiali, delle idee e degli auspici, della forma immaginata più che praticata.

Allora è da leggere, per imparare e per sognare. Utile, per ricordare e ricostruire; da smontare e approfondire. Non indispensabile, proprio perché incompleto, parziale, insufficiente.

Una rete tutta da completare.

Questa è la vera trasformazione rivoluzionaria: la produzione materiale di cambiamento sociale a partire non da obiettivi programmatici, ma dalle esperienze messe in rete degli attori del movimento. (p. 157)

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